sabato 20 giugno 2020

LA CONTESTAZIONE DELLA VIOLAZIONE AL C.D.S. DEVE ESSERE IMMEDIATA, SALVO ESPLICITI IMPREVISTI CHE DEVONO ESSERE INDICATI SUL VERBALE.

Nell'eventualità di un rilevamento di infrazione al codice della strada, la norma prevede la possibilità di una successiva notifica dell'atto, in deroga alla contestazione immediata, qualora sorga l'impossibilità di porla in essere (art. 201 Co. 1 bis lett. E c.d.s.).
Il Tribunale, nella fattispecie, specifica che tale deroga non può essere applicata sulla base della mera norma, ma deve essere motivata nel verbale, specificando nel concreto le motivazioni che hanno reso impossibile l'immediata contestazione.

Si esplicitano quali siano i casi in argomento:
  • determinazione dell'illecito in tempo successivo poiché il veicolo oggetto del rilievo è a distanza dal posto di accertamento;
    - impossibilità di fermare il veicolo in tempo utile;
    - impossibilità di fermare il veicolo nei modi regolamentari.
    La giurisprudenza ha nel tempo specificato che l'enunciazione dei motivi che riguardino la mancata contestazione debbono essere riportati sul verbale,al fine di appurare la concretezza della ragione in essere. Tale assunto è stato rammentato anche nella sentenza n. 511/2020 del Tribunale Di Reggio Emilia.

sabato 30 maggio 2020

TRASFERIMENTI DI MILITARI E FORZE DI POLIZIA - ECCESSIVA LA DISCREZIONALITÀ DEI COMANDI

Foto



Un appuntato della Guardia di Finanza ha impugnato presso il Tar per il Lazio un provvedimento con il quale il Comando Regionale Lazio della Guardia di Finanza respingeva la sua domanda di trasferimento, con i soliti motivi di “esigenze organiche e di servizio”;
Nell'ambito della periodica procedura indetta dal Comando Generale della Guardia di Finanza volta all'individuazione dei militari da trasferire a domanda , secondo le esigenze organizzative del Corpo, l’appuntato aveva ritualmente presentato la propria istanza per il trasferimento da un luogo all'altro della stessa Regione. Il ricorrente risultava essere il primo dei militari esclusi in ordine di graduatoria, non collocandosi quindi in posizione utile per il richiesto trasferimento. Tuttavia, il collega-candidato collocatosi utilmente nella posizione immediatamente precedente a quella del ricorrente, rinunciava al trasferimento. Il posto, resosi così vacante, non veniva poi però assegnato. L’appuntato pertanto impugnava il provvedimento citato perché l'amministrazione aveva lasciato un posto vacante che appena un attimo prima aveva deciso di assegnare ad un altro militare (il quale vi aveva spontaneamente rinunciato).
Il Tar accoglieva il ricorso dell'appuntato ritenendo contraddittoria la condotta dell'Amministrazione , che non aveva adeguatamente indicato le ragioni per le quali, liberatosi un posto, non lo avesse assegnato al ricorrente che si poneva nella graduatoria in una posizione immediatamente successiva a quella del militare rinunciatario. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze e il Comando Generale della Guardia di Finanza, ribadendo quanto evidenziato in primo grado in ordine all'elevata discrezionalità del provvedimento adottato nel caso di specie, ricorreva opponendosi innanzi al Consiglio di Stato, sulle decisioni del TAR.
Il Ministero ed il Comando Generale della Guardia di Finanza non potevano che soccombere alle decisioni del Consiglio di Stato, che , con un'interessante decisione, disponeva il trasferimento dell'appuntato e condannava Il Comando Generale della Guardia di Finanza al pagamento delle spese processuali.

G.L.

sentenza-tar.pdf
Scarica file



sentenza-cds.pdf
Scarica file

mercoledì 20 maggio 2020

AGENZIA DELLE ENTRATE INSISTE - MA LA CORTE DI CASSAZIONE CONFERMA LA PRESCRIZIONE BREVE

Equitalia eccepisce la violazione delle norme sulla prescrizione rilevando che si tratta di cartella esattoriale non opposta con la conseguente definitiva iscrizione a ruolo del credito dell’Inps e che la prescrizione applicabile era quella decennale, con la conseguenza che nella specie non si era maturata.
Il ragionamento elle Agenzia delle Entrata non trova d'accordo la Corte di Cassazione, che così si esprime:
E’ noto che la complessa questione è stata risolta in via definitiva dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 23397/2016 in ordine alla quale è stata emessa la seguente massima “ La scadenza del termine – pacificamente perentorio – per proporre opposizione a cartella di pagamento di cui all’art. 24, comma 5, del d.lgs. n. 46 del 1999, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche la cd. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale, secondo l’art. 3, commi 9 e 10, della I. n. 335 del 1995) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 c.c.. Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato. Lo stesso vale per l’avviso di addebito dell’INPS, che, dall’1 gennaio 2011, ha sostituito la cartella di pagamento per i crediti di natura previdenziale di detto Istituto (art. 30 del d.l. n. 78 del 2010, conv., con modif., dalla I n. 122 del 2010).
Cassazione Civ. 1652/2020

venerdì 15 maggio 2020

BREVI CENNI SULLA RESPONSABILITÀ PENALE DEI SITI ONLINE

Foto


In un mondo sempre più telematico e interconnesso, sono ormai di rilievo quotidiano gli illeciti commessi online, illeciti che involgono diversi aspetti del diritto.
Per quanto concerne le problematiche penalistiche , oggetto della nostra sintetica analisi, l’aspetto più discusso è quello delle offese fatte, direttamente (con articoli o post pubblicati) o indirettamente (con interventi/commenti di terzi) , alle reputazione, all’onore, decoro e/o intimità delle persone.

In particolare, le condotte di diffamazione sono state facilitate dalla possibilità di un numero esponenziale degli utenti della rete internet di esprimere giudizi su tutti gli argomenti trattati, per cui alla schiera di "opinionisti social" spesso si associano i cosiddetti "odiatori sul web", che non esitano - spesso dietro l'anonimato- ad esprimere giudizi con eloquio volgare ed offensivo.
Va detto subito che, sul tema, la giurisprudenza più risalente è oscillante tra una equiparazione ed una distinzione dell’attività del blogger rispetto a quella della testata giornalistica.

Recentemente , anche sulla spinta delle garanzie sempre ribadite dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sembra essersi consolidato nella giurisprudenza di legittimità , in senso più favorevole, l’indirizzo secondo il quale ,in tema di diffamazione, l'amministratore di un sito internet non è responsabile ai sensi dell'art. 57 cod.pen. (che disciplina i reati commessi col mezzo della stampa periodica) , in quanto tale norma è applicabile alle sole testate giornalistiche telematiche e non anche ai diversi mezzi informatici di manifestazione del pensiero (forum, blog, newsletter, newsgroup, mailing list, facebook) . In tal caso viene precisato che il mero ruolo di amministratore di un forum di discussione non determina il concorso nel reato conseguente ai messaggi ad altri materialmente riferibili, in assenza di elementi che denotino la compartecipazione dell'amministrazione all'attività diffamatoria (Cass. pen. Sez. V Sent., 19/02/2018, n. 16751) . Questo non vuol dire che non sussista il fatto-reato, ma che semplicemente viene scissa la responsabilità dell’autore di esso (che resta ferma, eccome!) da quella del responsabile del sito !
Infatti, deve essere chiarito che , come affermato in giurisprudenza di merito (App. Trento, 24/06/2016) il moderatore o amministratore del sito internet non incorre in penale responsabilità ex art. 595 c.p. (diffamazione) in relazione al messaggio di contenuto diffamatorio pubblicato da un utente sul relativo blog, qualora non sia provato che il medesimo abbia consapevolmente esaminato il messaggio anonimo e ne abbia volutamente consentito la pubblicazione , o , ancora, non si sia attivato per la rimozione del post diffamatorio : diversamente, ne risponderebbe a titolo di concorso nel reato (art.81 c.p.) .
Qui ,dunque, risiede la differenza di trattamento sanzionatorio del blog rispetto alla testata giornalistica (cartacea ovvero online) , la quale ultima è espressamente garantita dall’art.21 Costituzione .
Tuttavia,si ripete, qualora il responsabile del blog abbia volutamente inserito un post diffamatorio, oppure non abbia adottato adeguati filtri per impedire a terzi frequentatori di inserire post diffamatori o calunniosi, oppure, ancora, non abbia dato seguito alla segnalazione della persona offesa rimuovendo il post diffamatorio ( Cass.pen., Sez.V, sent. 20 marzo 2019, n.12546) .
La giurisprudenza è intervenuta frequentemente in materia, precisando, per esempio, che la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l'uso di una bacheca "facebook" integra un'ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell'art. 595 c.p., comma 3, sotto il profilo dell'offesa arrecata "con qualsiasi altro mezzo di pubblicità" diverso dalla stampa, poiché la condotta in tal modo realizzata è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone e tuttavia non può dirsi posta in essere "col mezzo della stampa", non essendo i social network destinati ad un'attività di informazione professionale diretta al pubblico (Cass.pen., Sez. 5, 14/11/2016 , n. 4873).
L’altra faccia della medaglia, per così dire, è costituita dalle minori garanzie derivanti dal non rientrare nell’alveo della stampa periodica; infatti, è ammesso il sequestro preventivo di un sito, qualificato blog anche dal suo gestore, che sia stato utilizzato per commettere il reato di diffamazione e manchi degli elementi necessari a individuare una testata giornalistica telematica (nella specie, era stata dal giudice di merito valorizzata l'assenza del carattere della periodicità regolare delle pubblicazioni, della testata e della registrazione), non rilevando in senso contrario la natura dell'attività informativa svolta dal sito medesimo, né la circostanza che il gestore fosse iscritto all'ordine dei giornalisti; in caso di commissione del reato di diffamazione, infatti, nel concetto di stampa non rientrano i nuovi mezzi destinati a essere trasmessi in via telematica quali forum, blog, newsletter, newsgroup, mailing list e social network, in quanto non registrati: quindi tali mezzi possono essere oggetto di sequestro preventivo, non potendo godere delle garanzie costituzionali a tutela della manifestazione del pensiero (Cass.Pen., Sez. V, 25/02/2016, n. 125361.

Le persone vittime di una diffamazione hanno azione in sede penale (oltre che in sede civile) contro l’autore del commento che, se identificato, potrà essere querelato per diffamazione (con costituzione di parte civile nel relativo procedimento per ottenere il risarcimento dei danni subiti) ; sarà in tal caso aperto un fascicolo contro “noti” ; al contrario, se l’autore è sconosciuto verrà aperto un fascicolo contro “ignoti”. Fonte di prova potrà essere la stampa della pagine diffamatoria ovvero lo stesso screenshot della stessa pagina , sempre con la riproduzione dell’indirizzo telematico nel quale è presente il post incriminato.
A.S.

1In argomento di sequestro preventivo di un blog , Cass. pen., Sez. V, Sentenza, 07/06/2019, n. 27675 ha così stabilito : « In tema di diffamazione, è legittimo il sequestro preventivo di un "blog" che integra un "mezzo di pubblicità" diverso dalla stampa, per cui non trova applicazione la normativa di rango costituzionale e di livello ordinario che disciplina l'attività di informazione professionale diretta al pubblico, che rimane riservata, invece, alle testate giornalistiche telematiche. (Fattispecie relativa a un "blog" pubblicato su un sito gestito da un soggetto non iscritto nel Registro degli operatori di comunicazione, in relazione alla quale la Corte ha ritenuto da un lato legittimo il sequestro, dall'altro insussistenti i presupposti del reato di pubblicazione di stampa clandestina, contestato insieme a varie ipotesi di diffamazione). (Annulla in parte con rinvio, TRIB. LIBERTA' SALERNO, 01/04/2019)

giovedì 23 aprile 2020

COSI MUORE UN CARABINIERE, UN CAVALIERE CATTOLICO


Foto
Foto


Il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, 35 anni, è stato ripetutamente pugnalato a morte nella notte tra il 25 ed il 26 luglio 2019, in Trastevere, una delle più antiche e centrali zone di Roma, durante un normale servizio notturno cui non aveva voluto mancare.
Ieri mattina, di buon’ora , gli sciacalli si sono messi in moto, spargendo nella società, con i loro mezzi di comunicazione preferiti (Twitter, Facebook) i loro semi dell’odio, e facendo divampare lo scontro politico, mentre solo un paio d’ore prima aveva cessato di vivere un fedele ed esemplare servitore dello Stato, e dimostrando così – vomitandosi addosso montagne di parole , anziché tacendo – che di quella vita,di quell’ennesimo operatore delle Forze dell’Ordine caduto in servizio, in ultima analisi, non gliene importava granché; quella morte era l’ennesima occasione per occupare uno spazio informativo e far notare la loro presenza. Nessuna vicinanza vera alla giovane moglie, agli altri familiari ed all’Arma Benemerita; nessuna riflessione politica sulle conseguenze del consumo della droga, soprattutto la cocaina, la più subdola e pericolosa tra le droghe, che è all’origine dell’ uccisione del vicebrigadiere Cerciello Rega.

Gli ululati degli sciacalli si levavano sull’ennesima proposta di aumento spropositato delle pene, sull’ennesima stretta all’immigrazione, e così via sparando in alto, in uno scontro che più divisivo non si può, inconcludente, indegna del ruolo ricoperto dai protagonisti urlanti…
Tutte cose che non risolvono di certo la situazione operativa delle Forze dell’Ordine, e che tantomeno rendono onore ai fatti ed alla vittima.
Bastava fare silenzio e limitarsi alle condoglianze; invece no, dovevano e devono “segnare” il territorio come i cani, devono appropriarsi anche dei caduti delle forze di polizia, trascurando un piccolo ma fondamentale dettaglio: i carabinieri, la Polizia di Stato, la Guardia di Finanza, le Forze Armate, non sono né di destra né di sinistra; che piaccia o meno, sono a difesa dello Stato di diritto e della Repubblica. Punto.
Per questa gente, invece, è ancora valida la splendida canzone del 1991 di Franco Battiato “Povera Patria”:
«Povera patria schiacciata dagli abusi del potere/Di gente infame che non sa cos'è il pudore/
Si credono potenti e gli va bene quello che fanno/ E tutto gli appartiene/
Tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni/ Questo paese è devastato dal dolore/
Ma non vi danno un po' di dispiacere/Quei corpi in terra senza più calore?
».



Ad alcuni sarà pure dispiaciuto non poter addossare la colpa sui nordafricani, ma gli assassini rei confessi sono due giovani statunitensi di 19 e 20 anni di età, tali Elder Finnegan Lee e Christian Gabriel Natale Hjorth, fermati per l’omicidio del vicebrigadiere Cerciello Rega a distanza di poche ore dai fatti. Ad entrambi è contestato l’ omicidio e la tentata estorsione in concorso, anche se ad infliggere le otto coltellate mortali sarebbe stato il 19enne, Elder Finnegan Lee.


I Carabinieri hanno svolto egregiamente il proprio lavoro, e di conseguenza la giustizia potrà fare il suo corso, si spera senza lo sbraitare dei perfetti e inutili buffoni del brano di Battiato.
Nel contempo, non vanno dimenticati due fatti che, a nostra memoria, non si erano prima verificati e di cui abbiamo già fatto cenno su questo sito, e cioè l’omaggio al caduto dell’Arma dei Carabinieri portato al comando generale , a sirene spiegate, prima dalla Polizia di Stato e successivamente dai militari della Guardia di Finanza , che hanno salutato sull’attenti. È stato un incantevole esempio di unità dato nello stesso giorno dalle forze dell’ordine; non una semplice solidarietà, ed una resa d’onori ad un bravo Collega e ad un uomo buono , ma, a nostro avviso una dimostrazione di quelli che proprio gli americani chiamerebbero “brothers in arms” , “fratelli d’ armi”. Tangibile consapevolezza, cioè, della condivisione di un lavoro impegnativo, difficile, rischioso sia fisicamente che “giudiziariamente”, non valorizzato nelle sue dinamiche quotidiane : retribuzioni al palo, sostituite molto parzialmente da una poco comprensibile (ai più) moltiplicazione dei gradi; carenza di alloggi di servizio proprio mentre si progetta di trasformare in centri commerciali le caserme non più utilizzate; parco automezzi ormai “multi marche”, di difficile gestione e spesso di scarsa praticità; dotazioni individuali carenti, ecc. ecc.
Si potrebbe continuare a lungo l’elenco delle doglianze, sempre uguali da molti anni, tanto che , anche qui, risulta attuale l’altrettanto famoso brano del povero Giorgio Faletti, del 1994 , “Signor Tenente” :
« … Minchia signor tenente e siamo qui con queste divise/Che tante volte ci vanno strette /Specie da quando sono derise da un umorismo di barzellette/ E siamo stanchi di sopportare quel che succede in questo paese/Dove ci tocca farci ammazzare per poco più di un milione al mese…» .


Abbiamo visto uomini dei reparti mobili feriti nel corso di violente manifestazioni di piazza essere citati nei processi come persone offese e presenziarvi quasi spaesati, sia dal punto di vista logistico che da quello procedurale (chi regge l’urto della piazza violenta è in genere alieno ai palazzi di giustizia ed ai loro riti) , perché privi dell’assistenza dell’Avvocatura di Stato o di qualsiasi altra assistenza legale. Spesso le lesioni subite nel corso delle operazioni di polizia sono risarcibile a titolo di danno biologico, senza decurtazioni a favore degli enti previdenziali , però chi lavora “su strada” altrettanto spesso non lo sa e non vi dà peso, anche perché rivolgersi agli avvocati del libero foro (quando sono disponibili) per costituirsi come parte civile ha comunque un suo costo ed un suo impegno processuale, cui non corrisponde, purtroppo, una qualsiasi forma di aiuto da parte dell’amministrazione di appartenenza.

Avremo modo di tornare sulle disfunzioni, per così dire, di sistema.

Ora riteniamo doveroso dedicare le ultime riflessioni all’uomo che indossava l’uniforme dell’Arma, al vicebrigadiere Mario Cerciello Rega.
Sposato da appena un mese e mezzo con una giovane figlia di un commissario capo in pensione della Polizia di Stato, laureata in scienze farmaceutiche ed impiegata in una farmacia abbastanza vicina alla casa che avevano preso in affitto a Roma , proprio nelle vicinanza della Stazione CC in cui prestava servizio il vicebrigadiere, si erano promessi reciprocamente nella grotta di Lourdes , dove lui era solito recarsi come barelliere. Chiunque di noi abbia avuto modo di partecipare al pellegrinaggio militare internazionale a Lourdes ha potuto constatare la totale dedizione , o meglio, il dono di sé dei barellieri alle persone accompagnate e la gioia che cercano di trasmettere loro con il sorriso anche nelle situazioni più toccanti.
La stessa dedizione di sé il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, cattolico praticante e volontario inserito nelle organizzazioni cattoliche che si richiamano agli antichi valori della cavalleria, la trasmetteva anche ai più poveri tra i poveri di Roma, i senzatetto. Lo stesso spirito improntato all’ascolto dei fratelli lo trasmetteva ai colleghi , che considerava come fratelli; ma anche verso gli arrestati portava sempre il rispetto che si deve ad ogni persona umana.
Per questa sua professione dell’insegnamento cattolico e dei valori cavallereschi dell’Arma dei Carabinieri, la notte fatidica di due giorni fa, egli non si è sottratto al proprio dovere ed è caduto sul campo dell’Onore, grande come la sua Fede.
Per questo possiamo dire che è caduto un carabiniere ed un cavaliere cattolico.
Al suo ricordo ed a consolazione della giovane moglie e dei familiari , amici e colleghi che lo hanno amato, vadano i nostri pensieri e le nostre preghiere.

A.S.

SUICIDI NELLE FORZE DI POLIZIA - UN GRIDO D'AIUTO INASCOLTATO

Foto






​Ancora un altro suicidio fra le fila della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza, il 56° fra gli appartenenti a questo comparto, dall'inizio del 2019, sempre nel totale silenzio dei media. Una strage inesaudita che pare interessi a pochi, un grido di aiuto fino ad ora rimasto inascoltato. I nostri politici riescono ad inventare una commissione parlamentare per ogni dilemma, ma non riescono ad affrontare il problema che affligge questa società , quella rappresentata dagli uomini e le donne in divisa. I  demagoghi e gli analisti del momento hanno sempre ricondotto questo profondo malessere a problemi di natura familiare od economici, dimostrando di non conoscere la realtà di cui parlano. Alcune testate giornalistiche, L'Espresso prima, con un articolo del 30 giugno 2019, intitolato:”Il buio sotto la divisa: quell'escalation di suicidi che lo Stato non guarda”, ed il fattoquotidiano poi, con un articolo del 2 Novembre 2019 intitolato:” Suicidi fra i militari, i numeri crescono ma nessuno si interroga sulle cause”, hanno sollevato il problema, sebbene vengano uniti da una sola considerazione, l’inesistenza dello Stato innanzi a siffatti drammi. Sebbene il secondo articolo rilevi punti impliciti ed attinenti, il primo articolo pare invece lontano dalle problematiche reali insite nelle amministrazioni di cui si parla, poiché l’articolo affronta il problema superficialmente, su immoderate e generiche considerazioni , che pongono in primo piano, come si è sempre fatto fino ad oggi (mai di più errato) problemi afferenti la sfera privata e familiare, trovando una soluzione nel  reiterato supporto psicologico. Si vorrebbe forse affermare che i problemi familiari ed economici siano prevalenti nelle  famiglie degli appartenenti alle forze armate e delle forze di polizia? Nulla di più assurdo. Forse esse potranno effettivamente esistere, ma sono quasi sempre il riflesso delle condizioni ambientali vissute nell’ambito lavorativo. Ciò che ci lascia basiti è che tali affermazioni provengano da un appartenente alle forze Armate, che meglio avrebbe dovuto capire le reali esigenze dei propri colleghi e intuire, se non respirare, le problematiche esistenti all’interno delle medesime Istituzioni. Il segretario generale del SIM, Sindacato Italiano Militari, spiega che il 99 per cento dei casi è riconducibile a problemi esterni al luogo di lavoro, e che l’Arma e le altre forze lavorano col Ministero della Difesa sull’impatto “stress correlato”:fattori esterni, come pendolarismo o orari prolungati, burnout, che ognuno porta e vive dentro la propria attività lavorativa. Aggiunge: problemi privati , familiari ed economici, che sommati allo stress correlato, possono innescare una bomba (Ndr). Sembrerebbe quasi una difesa d’ufficio dell’Amministrazione d’appartenenza, senza alcun reale approfondimento dei casi. Orbene, seppur plausibile come analisi, pare poco consistente e non pregnante delle reali problematiche  vissute dagli appartenenti alle forze di polizia, perché se tali analisi fossero accettabili, si potrebbe pensare che chiunque ( ed oggi in Italia non manca la scelta ) avesse problemi economici o facesse il pendolare con orari prolungati, sarebbe esposto a possibili azioni suicide. Si potrebbe argomentare ampollosamente in maniera antitetica alla tesi esplicitata, pensando a quelli che potrebbero essere i reali problemi riguardanti gli appartenenti alle forze di Polizia. Pensiamo ad esempio la compressione dei diritti ed ai trattamenti spesso iniqui e non meritori. Si potrebbero stilare  lunghi elenchi sulle problematiche esistenti, da porre in capo alle Amministrazioni in questione, ma pare strano che queste domande non nascano spontaneamente da chi ancora indossa una divisa e dovrebbe rappresentare, con le relative sigle sindacali di categoria, la tutela dei diritti degli uomini e le donne in divisa..
Ci verrebbe da chiedere se si è  a corto di argomenti?
Ci auspichiamo che qualcosa cambi, ma soprattutto, è necessario che a dirigere queste Amministrazioni dello Stato vi siano persone più sensibili ai reali problemi dei propri uomini, che non burocrati distanti anni luce dalla realtà dei fatti.

​G.L. 

LE VIDEORIPRESE DELLE FORZE DI POLIZIA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS ? – PICCOLO VADEMECUM ILLUSTRATIVO ,CON NORME E CASISTICA, NEL CORSO DELLE ATTIVITA’ OPERATIVE DELLE FORZE DELL’ORDINE





Dopo la pubblicazione di alcuni video sul web che hanno indotto confusioni interpretative sulle regole che armonizzano i rapporti cittadino - Forze di Polizia, abbiamo ritenuto di illustrare, con la seguente disamina, le condotte da applicare in pratica, una sorta di “vademecum” sulle norme applicabili e la relativa casistica, con l’intento di dare un contributo fattivo in tempi di enorme confusione e difficoltà quotidiane , cui contribuisce in misura notevole il “mare magnum” normativo. Andiamo per argomenti.
                                                               PRIVACY
      FOTOGRAFARE E FILMARE LE FORZE DI POLIZIA DURANTE IL SERVIZIO


L’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali, con Newsletter n. 359 del 7 giugno 2012 , in risposta ad un espresso quesito posto dal Ministero dell’Interno, ha avuto modo di precisare che : « I funzionari pubblici e i pubblici ufficiali, compresi i rappresentanti delle forze di polizia impegnati in operazioni di controllo o presenti in manifestazioni o avvenimenti pubblici, possono essere fotografati e filmati, purché ciò non sia espressamente vietato dall´Autorità pubblica. L´uso delle immagini e delle riprese deve però rispettare i limiti e le condizioni dettate dal Codice in materia di protezione dei dati personali » .
Chiarito quanto sopra, resta fermo che l’Autorità pubblica può vietare le riprese (anche con intimazione orale degli Ufficiali e agenti di P.G. operanti , date le particolarità dei casi), ad esempio nei casi in cui esse possano compromettere attività di indagine e/o di sicurezza dello Stato od anche ai fini della privacy.
Dunque, assodato che non è in sé illecito riprendere le Forze di Polizia nel corso della propria attività, va altresì precisato che cosa diversa è diffondere quelle immagini, proprio perché esse costituiscono “dati personali” delle persone che vengono riprese senza consenso, delle quali deve essere tutelata la sfera personale, in pieno bilanciamento dei diritti costituzionali tutelabili.
Ed a questo riguardo, per ciò che più rileva, anche il diritto di cronaca deve essere esercitato nel rispetto dei seguenti criteri: 1) nella verità della notizia pubblicata; 2) nell’esistenza di un pubblico interesse alla conoscenza dei fatti medesimi; 3) nella obiettiva e serena esposizione della notizia.
La stessa Autorità Garante ricorda infatti che, per quanto riguarda l’utilizzazione delle immagini, è necessario prestare particolare attenzione alle condizioni ed ai limiti posti dal Codice della privacy a seconda che si tratti di circolazione di dati tra un numero ristretto di persone, diffusione in rete , ovvero utilizzo a fini diffamatori o di giustizia , sottolineando , infine, che le persone riprese senza consenso che ritengono lesi i propri diritti possono sempre far ricorso agli ordinari rimedi previsti dall’ ordinamento sia in sede civile che penale.
Non è inutile rammentare brevemente che, nel caso di eventuali ostacoli (ad es., disturbo che può verificarsi quando chi riprende si avvicina troppo e/o inveisce e/o si intromette fisicamente , ecc.) all'attività dei verbalizzanti, si può ipotizzare il reato di interruzione di pubblico servizio ai sensi dell'art.331 c.p., con l'obbligo da parte degli accertatori di interrompere il reato. In tale ipotesi - se continuato - il comportamento della persona potrebbe integrare il reato di resistenza a pubblico ufficiale, art.337 c.p.
A tal proposito giova evidenziare che per la configurabilità del reato di resistenza a P.U., non è necessario che la violenza o la minaccia sia usata sul Pubblico Ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, ma che sia soltanto posta in essere per opporsi al compimento di un atto d'ufficio (Cass. Pen. 6069/2015).
Orbene, fino a questo punto ci siamo basasti sull' orientamento indicato dal Garante della Privacy nazionale prima dell'entrata in vigore del GDPR (Regolamento UE 2016/79) , perché dopo l'emanazione del GDPR , la privacy è stata ulteriormente garantita, con ulteriori attività restrittive delle norme che regolano la materia, giusta la disposizione dell’art.6 GDPR (1)

A questo proposito, giova riportare una recente decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea su un caso verificatosi in Lettonia. Un uomo aveva filmato la sua deposizione in un commissariato e diffuso il video su YouTube. L’Agenzia lettone per la protezione dei dati aveva ordinato la rimozione del video, conclusione condivisa dai tribunali interni. Prima di decidere, la “Augstākā tiesa” (Corte suprema della Lettonia), con decisione del 1° giugno 2017 , ha rimesso la questione , ai fini dell’aderenza delle norme applicabili ai principi dell’ordinamento europeo, alla Corte di Giustizia UE . La Corte di Giustizia UE- Sezione II , con decisione 14/02/2019, C-345/17, ha stabilito che le immagini degli agenti nell’esercizio delle loro funzioni sono dati personali e per questo tutelati dalla privacy ma che la loro diffusione poteva rientrare nel diritto di cronaca anche se l’uomo non era un giornalista (2) .
La sentenza della Corte di Giustizia UE, in sostanza, ha confermato quanto affermato nel 2012 dal Garante per la Privacy italiano, e cioè: anche se non ci sono norme che vietino esplicitamente di fotografare o riprendere le forze dell’ordine, valgono le normali leggi italiane ed europee sulla privacy che impediscono di diffondere immagini di persone senza il loro consenso, a meno che la diffusione non rientri nel diritto di cronaca, a prescindere dal fatto che l’autore sia un giornalista o un semplice cittadino.
In assenza di consenso, per capirci, possono ritenersi applicabili le seguenti eccezioni: quando sono stati oscurati i volti, le voci e i dati personali, oppure se si tratti di documentare un abuso realmente grave , tale da diventare di pubblico interesse per la collettività .
Aggiungiamo che, a nostro avviso, la registrazione audio delle conversazioni fra presenti è consentita, poiché ritenuta dalla S.C. di Cassazione una possibile prova documentale utilizzabile nel dibattimento, ove assunta per precostituirsi una difesa in giudizio in caso di violazione di diritti. Concludiamo dicendo che il D.lgs 196/2003 (c.d. Codice Privacy) , così come modificato nel tempo, punisce chi diffonde illecitamente dati e immagini personali , con pene previste anche fino a sei anni di reclusione.
                                                                     IDENTIFICAZIONE
ESIBIZIONE DOCUMENTI E/O DECLINAZIONE DELLE GENERALITÀ E QUALITÀ PERSONALI

Durante le operazioni di controllo si sentono sovente i cittadini richiedere alle forze di polizia un documento che dimostri il loro status di pubblico ufficiale. Premesso che per l'operatore che indossa l'uniforme non è necessaria un'ulteriore dimostrazione circa la sua carica, al cittadino non è demandato alcun potere giuridico per porre richieste in tal senso, se non quando l'agente vesta abiti civili e, in tal caso, è fatto obbligo al P.U. di mostrare la placca identificativa (generalmente in uso ai reparti investigativi) o il tesserino di riconoscimento che lo qualifichi. Ciò premesso, illustriamo alcune norme che, con la sola lettura, possono illuminare il lettore sugli eventuali dubbi applicativi.

Art. 4 T.U.L.P.S.-« L’autorità di pubblica sicurezza ha facoltà di ordinare che le persone pericolose o sospette e coloro che non sono in grado o si rifiutano di provare la loro identità siano sottoposti a rilievi segnaletici. Ha facoltà inoltre di ordinare alle persone pericolose o sospette di munirsi, entro un dato termine, della carta di identità e di esibirla ad ogni richiesta degli ufficiali o degli agenti di pubblica sicurezza ».
Si precisa che cosa assai diversa è l’obbligo di fornire indicazioni sulla propria identità personale, rispetto al dovere di documentarle (Cass.pen., sez. I, 25 giugno 1987, n. 1769).
L'omessa esibizione del documento di identità integra, ricorrendone le condizioni, gli estremi del reato di cui al R.D. 18 giugno 1931, n. 773art. 4, ed all'art. 294 del relativo regolamento, non già il reato previsto dall'art. 651 c.p., che sanziona invece il rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità personale (Cass. pen. , sez.I, 15/01/2019,n.2021).
L'elemento materiale del reato previsto dall'art. 651 c.p. consiste nel rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità e non nella mancata esibizione di un documento, che costituisce violazione dell'art. 4, comma 2, TULPS (R.D. n. 773 del 1931), con la conseguenza che l'indicazione orale delle proprie generalità è sufficiente ad escludere il reato (Tribunale Ivrea, 17/10/2016).

Art. 651 c.p.- Rifiuto d’indicazioni sulla propria identità personale
«Chiunque, richiesto da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, rifiuta di dare indicazioni sulla propria identità personale, sul proprio stato, o su altre qualità personali, è punito con l’arresto fino a un mese o con l’ammenda fino a duecentosei euro».

Legge n. 1423/1956 - “Misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità”.
Trattasi di soggetti che mantengono un tenore di vita ed una condotta riconducibile ad attività delittuosa ed i rilievi dattiloscopici vengono effettuati contestualmente alla notifica del provvedimento all’interessato.

Legge n. 152/1975- “Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico”
In casi eccezionali di necessità e di urgenza, che non consentono un tempestivo provvedimento dell’autorità giudiziaria, gli ufficiali ed agenti della polizia giudiziaria e della forza pubblica nel corso di operazioni di polizia possono procedere, oltre che all’identificazione, all’immediata perquisizione sul posto, al solo fine di accertare l’eventuale possesso di armi, esplosivi e strumenti di effrazione, di persone il cui atteggiamento o la cui presenza, in relazione a specifiche e concrete circostanze di luogo e di tempo non appaiono giustificabili.

La legge 189/2002 - “Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo” (c.d. “Bossi/Fini”)
Prevede all’art 4 e 5 l’assunzione delle impronte digitali e palmari all’extracomunitario che richiede il rilascio/rinnovo del permesso di soggiorno sul territorio nazionale.

                                                       PRATICA PROFESSIONALE
Dopo aver fatto riferimento ad alcune norme sull'obbligo dell'esibizione del documento , della declinazione delle generalità e delle qualità personali, procediamo con gli esempi pratici sulle situazioni che si possono delineare durante un controllo. (non facciamo ovviamente riferimento alle norme Costituzionali che i cittadini citano durante un controllo di Polizia, perché parrebbe fuori luogo e inopportuno).

Durante il controllo di Polizia può accadere che il cittadino rifiuti di declinare le proprie generalità ed esegua registrazioni audio video sull'operato degli agenti, riprendendo i loro volti. L'agente può intimare l'interruzione della registrazione e/o, comunque, invitare a inclinare il cellulare affinché non riprenda i volti e gli armamenti. Come già detto, la ripresa audio non dovrebbe essere atto illecito (sempre che il suo autore non intralci di fatto,fisicamente, l’attività degli operatori) .
A questo punto l'utente potrebbe tentennare e riferire di non essere in possesso di alcun documento e, qualora vi siano dubbi sull'identità e si palesi la necessità di procedere compiutamente alla sua identificazione, si può accompagnare presso gli uffici di polizia ai sensi dell'art. 11 D.L. 59/78 conv. in Legge 191/78 3.
Qualora invece l'utente rifiuti di esibire la Carta di identità e di fornire le proprie generalità, si rende responsabile del reato, in concorso materiale, previsto dall'art. 4 T.U.L.P.S. e dall’art. 651 del c.p. Da indagato, quale soggetto sottoposto ad indagini, può essere coattivamente accompagnato presso gli uffici di polizia ai sensi dell'art.349 c.p.p, per dare corso alle procedure di rito (identificazione, foto segnalamento, etcc.).
Assume la medesima posizione chi non adempie all'ordine dell'autorità di interrompere la ripresa video (può essere in diretta) o la registrazione, per violazione dell'art.167 del D.Lgs 196/2003. Non si esclude l'ipotesi sancita dall'art. 650 c.p. (Inosservanza dei provvedimenti dell’autorità) , qualora si ravvisino ragioni inerenti la Sicurezza pubblica, l'ordine pubblico, ragioni di giustizia o di igiene.
In ipotesi simili, La Corte di Cassazione, prima sez. pen, con sentenza n. 9446/2018, ha ritenuto ammissibile il sequestro del cellulare a fini probatori di chi abbia scattato fotografie ad un soggetto che non avesse espresso il proprio consenso, ipotizzando la configurabilità del reato di cui all'art. 660 c.p. (molestia o disturbo alle persone).
Riteniamo pertanto che anche nella situazione anzidetta , qualora non si dia seguito all' intimazione del Pubblico Ufficiale , oltre alla violazione penale di cui all'art. 167 D.Lgs 196/2003, si presupporrebbe la sussistenza del reato di cui agli artt. 650 e 660 c.p. ipotesi contravvenzionale, quest' ultima, assorbita dal reato di cui all'art 370 del c.p. (resistenza a pubblico ufficiale). La ratio prevederebbe, pertanto, la facoltà di procedere al sequestro del cellulare ai fini probatori se il video venisse registrato ed ai fini preventivi se la ripresa avvenisse in diretta.

Un’ ultima considerazione , che al tempo stesso è una raccomandazione e un consiglio .

Occorre in tutte le circostanze operare con la massima professionalità nell’attività di pattugliamento, a cominciare dall’abbigliamento e dalle dotazioni in ordine, dal saluto militare e dalla cortesia nelle richieste: già questo , in molti casi, potrebbe indurre il cittadino ad non abusare delle proprie prerogative ed a lasciare “in fondina”, per così dire, lo smartphone. In ogni caso, mai dimenticare a casa due “strumenti” fondamentali: pazienza e buon senso.

G.L. - A.S.

_______________________________________
1 Art.6 GDPR - Liceità del trattamento
1. Il trattamento è lecito solo se e nella misura in cui ricorre almeno una delle seguenti condizioni:
a) l'interessato ha espresso il consenso al trattamento dei propri dati personali per una o più specifiche finalità;
b)il trattamento è necessario all'esecuzione di un contratto di cui l'interessato è parte o all'esecuzione di misure precontrattuali adottate su richiesta dello stesso;
c)il trattamento è necessario per adempiere un obbligo legale al quale è soggetto il titolare del trattamento;
d)il trattamento è necessario per la salvaguardia degli interessi vitali dell'interessato o di un'altra persona fisica;
e)il trattamento è necessario per l'esecuzione di un compito di interesse pubblico o connesso all'esercizio di pubblici poteri di cui è investito il titolare del trattamento;
f)il trattamento è necessario per il perseguimento del legittimo interesse del titolare del trattamento o di terzi, a condizione che non prevalgano gli interessi o i diritti e le libertà fondamentali dell'interessato che richiedono la protezione dei dati personali, in particolare se l'interessato è un minore.
La lettera f) del primo comma non si applica al trattamento di dati effettuato dalle autorità pubbliche nell'esecuzione dei loro compiti.
2.Gli Stati membri possono mantenere o introdurre disposizioni più specifiche per adeguare l'applicazione delle norme del presente regolamento con riguardo al trattamento, in conformità del paragrafo 1, lettere c) ed e), determinando con maggiore precisione requisiti specifici per il trattamento e altre misure atte a garantire un trattamento lecito e corretto anche per le altre specifiche situazioni di trattamento di cui al capo IX.
3.La base su cui si fonda il trattamento dei dati di cui al paragrafo 1, lettere c) ed e), deve essere stabilita:
a)dal diritto dell'Unione; o
b)al diritto dello Stato membro cui è soggetto il titolare del trattamento.
La finalità del trattamento è determinata in tale base giuridica o, per quanto riguarda il trattamento di cui al paragrafo 1, lettera e), è necessaria per l'esecuzione di un compito svolto nel pubblico interesse o connesso all'esercizio di pubblici poteri di cui è investito il titolare del trattamento. Tale base giuridica potrebbe contenere disposizioni specifiche per adeguare l'applicazione delle norme del presente regolamento, tra cui: le condizioni generali relative alla liceità del trattamento da parte del titolare del trattamento; le tipologie di dati oggetto del trattamento; gli interessati; i soggetti cui possono essere comunicati i dati personali e le finalità per cui sono comunicati; le limitazioni della finalità, i periodi di conservazione e le operazioni e procedure di trattamento, comprese le misure atte a garantire un trattamento lecito e corretto, quali quelle per altre specifiche situazioni di trattamento di cui al capo IX. Il diritto dell'Unione o degli Stati membri persegue un obiettivo di interesse pubblico ed è proporzionato all'obiettivo legittimo perseguito.
4. Laddove il trattamento per una finalità diversa da quella per la quale i dati personali sono stati raccolti non sia basato sul consenso dell'interessato o su un atto legislativo dell'Unione o degli Stati membri che costituisca una misura necessaria e proporzionata in una società democratica per la salvaguardia degli obiettivi di cui all'articolo 23, paragrafo 1, al fine di verificare se il trattamento per un'altra finalità sia compatibile con la finalità per la quale i dati personali sono stati inizialmente raccolti, il titolare del trattamento tiene conto, tra l'altro:
a)di ogni nesso tra le finalità per cui i dati personali sono stati raccolti e le finalità dell'ulteriore trattamento previsto;
b)del contesto in cui i dati personali sono stati raccolti, in particolare relativamente alla relazione tra l'interessato e il titolare del trattamento;
c)della natura dei dati personali, specialmente se siano trattate categorie particolari di dati personali ai sensi dell'articolo 9, oppure se siano trattati dati relativi a condanne penali e a reati ai sensi dell'articolo 10;
d)delle possibili conseguenze dell'ulteriore trattamento previsto per gli interessati;
e)dell'esistenza di garanzie adeguate, che possono comprendere la cifratura o la pseudonimizzazione.
_____________________________

(2) Corte Giustizia dell’ Unione Europea, Sez. II, 14/02/2019, n.C- 345/17 , Parti: Sergejs Buivids c. Datu valsts inspekcija: «L'articolo 9 della direttiva 95/46 deve essere interpretato nel senso che la registrazione video di taluni agenti di polizia all'interno di un commissariato, durante la raccolta di una deposizione, e la pubblicazione del video così registrato su un sito Internet dove gli utenti possono inviare, visionare e condividere contenuti video, possono costituire un trattamento di dati personali esclusivamente a scopi giornalistici, ai sensi di tale disposizione, sempre che da tale video risulti che detta registrazione e detta pubblicazione abbiano quale unica finalità la divulgazione al pubblico di informazioni, opinioni o idee, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare.
L'immagine di una persona registrata da una telecamera costituisce un «dato personale» ai sensi dell'articolo 2, lettera a), della direttiva 95/46, se ed in quanto essa consente di identificare la persona interessata.
Onde tener conto dell'importanza riconosciuta alla libertà d'espressione in ogni società democratica, occorre interpretare in senso ampio le nozioni ad essa correlate, tra cui quella di giornalismo. Le «attività giornalistiche» in particolare sono quelle dirette a divulgare al pubblico informazioni, opinioni o idee, indipendentemente dal mezzo di trasmissione utilizzato.
Le esenzioni e le deroghe di cui all'articolo 9 della direttiva 95/46 devono essere applicate solo nella misura in cui siano necessarie per conciliare due diritti fondamentali, vale a dire il diritto alla protezione della vita privata e alla libertà di espressione. Quindi, per ottenere un equilibrato contemperamento di questi due diritti fondamentali, la tutela del diritto fondamentale alla vita privata richiede che le deroghe e le limitazioni alla protezione dei dati previste ai capi II, IV e VI della direttiva 95/46 operino entro i limiti dello stretto necessario ».
3Decreto legge 21/03/1978, n. 59 ( Norme penali e processuali per la prevenzione e la repressione di gravi reati) convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 18 maggio 1978, n. 191
________________________________
Decreto legge 21/03/1978, n. 59
 ( Norme penali e processuali per la prevenzione e la repressione di gravi reati) convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 18 maggio 1978, n. 191
Art.11
Gli ufficiali e gli agenti di polizia possono accompagnare nei propri uffici chiunque, richiestone, rifiuta di dichiarare le proprie generalità ed ivi trattenerlo per il tempo strettamente necessario al solo fine dell'identificazione e comunque non oltre le ventiquattro ore.
La disposizione prevista nel comma precedente si applica anche quando ricorrono sufficienti indizi per ritenere la falsità delle dichiarazioni della persona richiesta sulla propria identità personale o dei documenti d'identità da essa esibiti.
Dell'accompagnamento e dell'ora in cui è stato compiuto è data immediata notizia al procuratore della Repubblica, il quale, se riconosce che non ricorrono le condizioni di cui ai commi precedenti, ordina il rilascio della persona accompagnata.
Al procuratore della Repubblica è data altresì immediata notizia del rilascio della persona accompagnata e dell'ora in cui è avvenuto. 

martedì 12 marzo 2019

UN ALTRO SUICIDIO NELLE FILE DELL'ARMA DEI CARABINIERI. ACCENDIAMO I RIFLETTORI SU QUESTI NEFASTI EVENTI.

Foto
Questo mese, Marzo 2019, il M.llo L. C. muore nell'ospedale ove è stato trasportato, dopo essersi sparato con l'arma d'ordinanza, all'interno della Caserma.
Seppur voci non meglio confermate, asseriscano che il tutto sia avvenuto nell'ufficio del Capitano, .e/o comunque, in sua presenza, noi non siamo a conoscenza dei fatti.
Questo evento ci riporta all'agosto del 1999, ove il M.llo R. R., di 45 anni, della Compagnia Carabinieri di Alghero, si suicidò davanti al Capitano, dopo una concitata discussione. Vecchi ricordi che lasciano l'amaro in bocca per chi ha conosciuto questi uomini e per chi ancora quella divisa la indossa. Sono figli, fratelli e sorelle, nipoti, amici e amiche che ci abbandonano, lasciando un velo di tristezza difficilmente colmabile, soprattutto perché spesso non si riescono a capire le motivazioni che li hanno indotti a tali gesti. I media, silenti, continuano a non porre in risalto questi eventi, così come anche alcune amministrazioni, chiuse nel quasi totale silenzio, nell'ascolto di un dolore silenzioso che si espande all'interno della famiglia. La famiglia, per chi compie questi insanabili gesti, è altrove, fra i propri parenti , fra i propri famigliari, coloro i quali, riescono almeno ad ascoltare e sentire il loro malessere, spesso non collegato a fattori personali, ma sovente, ad altre problematiche.
Il suicidio è un gesto emulativo, secondo i testi di medicina legale e vittimologia che alcuni studi professano, dando quindi al gesto una risonanza quasi di "protesta estrema" , tipo Jan Palach in Cecoslovacchia nel 1969.
Occorre fare qualcosa, anzi, qualcosa va fatto quanto prima per evitare che qualche gesto estremo possa essere causato da condizioni di lavoro e di retribuzioni non buone.
Nelle forze armate, quando era ancora attivo il servizio di leva, a metà degli anni '80, il fenomeno dei suicidi fu affrontato con determinazione e vigore , e fu quasi del tutto debellato, con specifici corsi di formazione per il personale e con una nuova e maggiore consapevolezza dei quadri permanenti e con provvedimenti normativi tendenti ad una maggiore "regionalizzazione" del servizio militare. Stare meglio, magari, significa stare vicino ai propri famigliari, ove vengono coltivati gli interessi personali, ove ogni richiesta non debba sembrare una mera supplica e relativa concessione, ma un diritto reclamato e dovuto. Pare oramai sempre più impellente l' esigenza di regionalizzare il servizio come fu fatto per le forze armate negli anni '80, cosa che diede ottimi risultati. Alcune organizzazioni governative hanno stimato che fra il 2010 e il 2018 nelle forze di polizia vi siano stati 250 suicidi, una ecatombe mai più mal rappresentata come in questi momenti, di cui quasi tutti tacciono.
Abbiamo già scritto su questo sito, e per l'ennesima volta continuiamo ad evidenziare le medesime problematiche, mai assunte e affrontate dai vertici e dalla politica? Nascono i sindacati nelle forze armate e di polizia,  Carabinieri, Finanzieri etcc... una innovazione mai vista prima, ma a tal proposito ci si domanda, dove sono in questi momenti? Vorremmo sentire la loro voce, i loro rappresentanti parlare in nome e per conto di chi non c'è più, per far emergere quello che molti pensano e pochi dicono. Ascoltiamo i loro problemi e cerchiamo di migliorare la vita interna alle amministrazioni d'appartenenza, perché per quella che l'aspetta al di fuori, ne sono già consci . Tralasciamo i tecnicismi ed i motivi postumi che possono portare a funeste decisioni, poiché affrontati già in altri interventi, ma da genitori, si ha la necessità di sapere il proprio figlio nelle mani di chi possa condurlo nella giusta via , di chi possa insegnarle come affrontare qualsivoglia problema, ma soprattutto, capire che quel problema può annidarsi ove meno si pensa possa esserci, fra le pieghe del proprio percorso.


G.L.   www.adods.org

lunedì 11 marzo 2019

GLI AUTOVELOX DEVONO ESSERE VISIBILI ED INDIVIDUABILI DAGLI AUTOMOBILISTI


La norma di cui all'art. 142 comma 6 bis C.d.S. specifica che "le postazioni di controllo per il rilevamento della velocità devono essere» ben visibili" e la necessaria visibilità' della postazione di controllo per il rilevamento della velocità' quale condizione di legittimità dell'accertamento , con la conseguente nullità' della sanzione in difetto di detto requisito, è stata da un ultimo affermata anche da questa Corte (Cass.25392/2017, non massimata).
Ne deriva la fondatezza della prima doglianza per violazione dell'art. 142 comma 6 bis Cds;

Cassazione 6407/2019


martedì 2 ottobre 2018

RILIQUIDAZIONE DELLE PENSIONI

L'INPS SBAGLIA  I  CALCOLI  SULLE  PENSIONI DEI MILITARI E DELLE FORZE DI POLIZIA - SOCCOMBE INNANZI AI RICORSI PRESENTATI

Foto
Le sentenze di alcune Corti Contabili stanno rimettendo in discussione l'applicazione dell'aliquota di percentuale calcolata ai fini pensionistici, per Militari, Carabinieri, Finanzieri etcc.
Chi , al 31 dicembre 1995 non ha fatto valere un’anzianità contributiva pari o superiore a 18 anni, è destinatario del sistema di calcolo pensionistico c.d. “misto”. 
Chi ha maturato alla data del 31 dicembre 1995 un’anzianità - in attività di servizio - di più di 15 anni e meno di 20 anni di servizio utile, secondo le sentenze di alcune Corti dei Conti, deve essere destinatario del trattamento previsto dall’art. 54 del d.P.R. n. 1092/73, per il quale “la pensione spettante al militare che abbia maturato almeno quindici anni e non più di venti anni di servizio utile è pari al 44 per cento della base pensionabile”. 
Tuttavia, il trattamento pensionistico in godimento calcolato fino ad ora dall'INPS, è quello più sfavorevole dell'aliquota di cui all’art. 44 del medesimo d.P.R. per il quale “la pensione spettante al personale civile con l’anzianità di quindici anni di servizio effettivo è pari al 35 per cento della base pensionabile ... aumentata di 1,80 per ogni ulteriore anno di servizio utile fino a raggiungere il massimo dell’ottanta per cento”. Inoltre, secondo l'interpretazione dell'INPS , la base di calcolo del 44% si applicherebbe esclusivamente alle pensioni liquidate interamente su base retributiva.
La Corte dei Conti per la Regione Sardegna, rivedendo alcune sue decisioni precedenti, decideva in senso favorevole all'accoglimento della tesi del ricorrente, consentenza n. 2 del 4 gennaio 2018; Sez. giur. Sardegna, 4 aprile 2018, n. 68; in termini analoghi.
Come è incontestato, la pensione del ricorrente veniva liquidata con il cd. sistema misto (retributivo/contributivo), poiché l’interessato, alla data del 31 dicembre 1995 (art. 1, comma 13 legge n. 335/1995), non possedeva un’anzianità contributiva di almeno diciotto anni. 
Conseguentemente, il suo trattamento di quiescenza veniva liquidato secondo il sistema delle quote di cui al precedente comma 12 della disposizione citata, il quale prevede che “per i lavoratori iscritti alle forme di previdenza di cui al comma 6 che alla data del 31 dicembre 1995 possono far valere un’anzianità contributiva inferiore a diciotto anni, la pensione è determinata dalla somma: 

a) della quota di pensione corrispondente alle anzianità acquisite anteriormente al 31 dicembre 1995 calcolata, con riferimento alla data di decorrenza della pensione, secondo il sistema retributivo previsto dalla normativa vigente precedentemente alla predetta data; 
b) della quota di pensione corrispondente al trattamento pensionistico relativo alle ulteriori anzianità contributive calcolato secondo il sistema contributivo”. 

La questione dell’aliquota di rendimento applicabile si pone, come è evidente, esclusivamente per la quota A, ovverosia quella calcolata con il sistema retributivo. 
Giusta il disposto della norma, al suddetto fine va fatta applicazione della normativa vigente alla data del 31 dicembre 1995. 
Nel caso del personale militare, l’art. 54 del d.P.R. n. 1092/1973, vigente alla data del 31 dicembre 1995, prevede che “la pensione spettante al militare che abbia maturato almeno quindici anni e non più di venti anni di servizio utile è pari al 44 per cento della base pensionabile, salvo quanto disposto nel penultimo comma del presente articolo (comma 1). La percentuale di cui sopra è aumentata di 1.80 per cento ogni anno di servizio utile oltre il ventesimo (comma 2)”. 
Pertanto, la Corte dei conti, Sezione giurisdizionale per la Sardegna, definitivamente pronunciando, accoglie il ricorso e, per l’effetto, dichiara il diritto del ricorrente alla riliquidazione della pensione in godimento con applicazione, sulla quota calcolata con il sistema retributivo, dell’aliquota di rendimento di cui all’art. 54 del d.P.R. n. 1092/1973, con interessi legali e rivalutazione monetaria.
Dello stesso avviso si sono espresse la stessa Corti per la Regione Calabria eCorte per la Regione Toscana.

G.L.

lunedì 6 agosto 2018

MORTI IN UN PAESE NON IN GUERRA - LA STORIA DEI NOSTRI MILITARI E DELLE NOSTRE FORZE DI POLIZIA

Foto
Riportiamo l'intervista di Rory Capelli per repubblica fatta al collega del militare suicidatosi alcuni giorni fa a Roma, perché vera, reale ed essenziale. Fa capire quali siano gli effettivi problemi all'interno delle forze armate e di Polizia e, seppur questo argomento sia stato da noi già trattato, crediamo necessario riproporre alcune riflessioni. In gioco, in un paese non in guerra,  è la vita dei nostri ragazzi, che patiscono l'inerzia di chi dovrebbe averne cura, a tutti i livelli. Perché tutti questi suicidi? Ormai non si contano più, tra Forze Armate e Forze di Polizia,  e nessuno mostra la reale intenzione di voler affrontare il problema. Ogni morte ha un proprio retroscena e, guarda caso, le ipotesi avanzate costantemente sono: "problemi familiari, sentimentali, finanziari, ecc.”, sempre e solo legati alla sfera individuale.
Ma è veramente così? Noi diciamo di NO, o meglio, NON SEMPRE è così.

Si può meglio capire dalle risposte del militare al cronista di Repubblica quali siano i reali problemi. La vita militare e nelle forze di polizia è compressa, piena di insidie e di un notevole fattore ansiogeno, discendente dallo stress a cui gli operatori vengono esposti. I più potranno pensare che questo carico di stress derivi esclusivamente della peculiarità del loro lavoro, ma non è così, i problemi maggiori giungono dal rapporto insistente all'interno dell'organizzazione, ove i doveri sono in prima fila ed i diritti trovano spazio nelle mere concessioni dei superiori. Il diritto non può essere un  conferimento della scala gerarchica o discendere dal potere decisionale del proprio superiore, perché in tal caso non sarebbe più un diritto, ma una concessione, soggetta quindi a discrezionalità. Non si può vivere in questo modo, non ci si può sempre appellare alle esigenze di servizio per negare un diritto o anche solo venir meno alle necessità personali e familiari del militare. Ricordiamoci che i più svolgono il loro lavoro lontani dalle proprie famiglie e dalle loro case e spesso trovano notevoli difficoltà anche nel poter fruire la loro licenza nei periodi richiesti, perché anche questa è legata alle esigenze di servizio, per lo più opinabili e non reali, ma sovente è solo una definizione usata impropriamente da chi la palesa.
"Recuperi riposi" non gestibili dallo stesso fruitore, straordinari non pagati e recuperati in momenti non richiesti, regolamento di disciplina militare (antiquato) spesso interpretato in maniera restrittiva e da "ancien regime", trasferimenti a domanda stentatamente accoglibili, note caratteristiche che lasciano spazio alla più ampia discrezionalità, meritocrazia  legata solo al grado e alle proprie doti di "savoir vivre", concorsi interni condizionati da punteggi derivanti dalle anzidette note ed "encomi", spesso non prettamente obiettivi, circolari interne in alcuni casi  contra legem, che vengono considerate più rilevanti della legge stessa. Sono solo un corollario di problemi cui l'operatore, specie quello che fa il c.d. servizio "di strada" (o "di trincea" , se si preferisce) si scontra quotidianamente, e che di frequente deve sottoporre a quadri intermedi (gerarchia immediatamente superiore) che il servizio di strada non sanno manco cosa sia...
Perché un operatore deve aspettare dieci anni prima di fare domanda di avvicinamento? Perché alcuni regolamenti interni osteggiano l'avvicinamento presso il luogo di nascita? Perché per studiare o dare gli esami, nonostante le disposizioni di legge diano tempo e spazio e incentivi di carriera all'operatore-studente, devono esserci reiterate richieste ed i relativi permessi sono fatti pesare come "concessioni" e non diventare una normalissima prassi di diritto? In una logica empirica qualcuno direbbe che chi lavora sulla strada ed è quotidianamente esposto ad aventi sfavorevoli dovrebbe avere una valutazione superiore da chi sbriga pratiche in ufficio o porta a spasso (autista) il superiore: ma credete che sia sempre così?
Vi siete chiesti , poi, perché i carabinieri indossano ancora la bandoliera? Ovviamente non si può pensare ad un'esigenza operativa ; quindi, a cosa servirebbe?
Vogliamo ancora utilizzare i nostri militari così agghindati come soldatini di piombo per far pavoneggiare i grossi papaveri ?
Cerchiamo di essere pragmatici e pensiamo alla reale utilità della bandoliera e utilizziamola solo per rappresentanza o manifestazioni di categoria, atteso che essa è un simbolo storico dell'Arma dei Carabinieri, ma lasciamo liberi gli operatori di essere agili e leggeri quando sono operativi.
Ancora: su cosa si basa la meritocrazia? Sulla capacità di svolgere al meglio il proprio lavoro, tenendo conto anche dei rischi a cui si viene esposti, o sulla capacità di affinare il rapporto con la scala gerarchica? Immaginiamo che molti, specialmente chi svolge questa attività, abbia già una risposta...
Sembrerebbero tutte cose fatue e non di gran conto , tali da non poter determinare decisioni così drammatiche in seno alla vita di un militare o di un agente di polizia, ma la realtà va vissuta e respirata all'interno delle stesse Istituzioni , per capire che tutto ha un peso e un significato. Dobbiamo dare più spazio agli uomini che vestono una divisa e capire che non è solo con l'autorità che ci si pone innanzi ai propri uomini, ma con l'autorevolezza che un buon Comandante si guadagna con la sua equanime diligenza nel gestire un reparto di uomini a lui affidato, pensando che ogni uomo ha una sua storia, una sua famiglia, una sua vita che deve essere vissuta con dignità ed onore, forte dei valori che queste Istituzioni dovrebbe esprimere, senza però eludere i Diritti Costituzionali su cui esse si devono basare.

In questa prospettiva vogliamo segnalare un caso emblematico, un esempio positivo di come un comandante possa essere autorevole e rispettato, senza affatto bisogno di essere autoritario. Alcuni anni fa , durante la notte, un alto ufficiale viene a sapere che un familiare di uno dei suoi dipendenti è scomparso di casa; subito dà ordine che vengano chiamati tutti i militari, in servizio e fuori servizio, spiegando la cosa e chiedendo che tutti vengano vestiti in mimetica per le ricerche. Dopo alcune ore di tensione crescente , durante le quali l'alto ufficiale è sempre stato fisicamente vicino al militare interessato, il familiare viene ritrovato da una pattuglia e riaccompagnato a casa con tutte le cure e le attenzioni del caso... Saggezza e lungimiranza del comandante: chiedendo un sacrificio a tutti, attraverso questo episodio virtuoso, egli ha cementato il gruppo facendoli sentire parte di un'unica famiglia e, proprio ricordandosi di essere un comandante, successivamente gli ha fatto raggiungere obiettivi di lavoro mai prima ottenuti.

Oggi più che mai, nell'organizzazione delle forze militari e di polizia, vi è necessità di un organismo terzo e non influenzabile, al quale gli operatori possano rivolgersi per qualsiasi problema che può nascere all'interno dell'ambito lavorativo, a difesa dei propri diritti costituzionali. E' ora che tutti gli operatori vengano agevolati nelle loro necessità e possano vivere in maniera serena la propria vita lavorativa, pensando che la battaglia si deve combattere fuori e non all'interno delle stesse Istituzioni a cui appartengono. Si spera che il vento di cambiamento che si respira in questo momento storico nel nostro Paese, dia nuova linfa e ispiri le Istituzioni Militari e civili a creare un rapporto con gli uomini che servono lo Stato che sia collaborativo, efficace e giusto nell'applicazione dei diritti a loro dovuti.
La nostra Associazione, che proprio ai principi ed ai diritti Costituzionali si ispira, sarà sempre al fianco degli operatori della difesa e della sicurezza, di qualunque grado e funzione.

GL .

martedì 20 marzo 2018

PEREQUAZIONE TRA PENSIONI E STIPENDI DI PERSONALE IN SERVIZIO


Si riporta parte della sentenza della Corte dei Conti della Puglia n. 53/2018

Nella presente situazione delle pensioni del settore pubblico, sembra non si possa individuare più l’esercizio di una discrezionalità legislativa nell’attuare – sia pur variamente – l’adeguamento costante tra i due tronconi del trattamento retributivo ( quello di attività e quello pensionistico ), ma che si debba parlare di una completa negazione di quel principio di “ solidarietà “ tra lavoratori e pensionati, cui si deve affiancare una solidarietà più ampia dell’intera collettività, come argomenta la sentenza costituzionale n. 226/1993; si tratta di principi che - aggiunge la sentenza –se non richiedono una rigorosa corrispondenza tra contribuzioni e prestazioni previdenziali esigono però un limite di ragionevolezza nel legiferare che sembra nella specie del tutto obliterato, non essendoci più alcuna commisurazione delle pensioni agli stipendi.
Né può essere dimenticato che se è vero – come la Corte costituzionale ha più volte rilevato – che il legislatore deve farsi carico della non illimitatezza delle risorse finanziarie, è anche vero che dalla natura retributiva del trattamento di quiescenza sembrano derivare conseguenze non trascurabili ai sensi dell’articolo 36 della Costituzione.
Per le ragioni sopra esposte non può condividersi l’orientamento seguito dalla prevalente giurisprudenza delle sezioni giurisdizioni e di appello della Corte dei conti.
Del resto, con riferimento ad analogo giudizio ( n. 27894), la stessa Amministrazione degli Interni non ha esperito appello avverso la sentenza di questo G.U.P., con cui è stato riconosciuto il diritto alla perequazione del trattamento pensionistico, evidentemente condividendo il ragionamento contenuto nella sentenza di accoglimento.
In applicazione, quindi, degli articoli 36 e 38 della Costituzione ritiene questo Giudice, per le considerazioni sopra espresse, che debba essere affermato il diritto del ricorrente alla perequazione del trattamento pensionistico, con aggancio ai miglioramenti economici concessi al personale di pari qualifica ed anzianità in attività di servizio.